Quando il passato continua a vivere nel presente

MeC | Mente e Corpo — Centro MeP

di Andrea Bassanini

Memoria, corpo e apprendimento: come le esperienze plasmano il nostro modo di sentire e perché il cambiamento è possibile

Ci sono momenti nei quali reagiamo a una situazione con un’intensità che noi stessi fatichiamo a comprendere. Una parola pronunciata con un certo tono. Un’espressione del volto. Un silenzio durante una conversazione. La sensazione che qualcuno si stia allontanando. Razionalmente sappiamo che non sta accadendo nulla di particolarmente grave. Eppure qualcosa cambia. Il cuore accelera. Lo stomaco si contrae. L’attenzione si restringe. Sentiamo il bisogno di difenderci, di allontanarci oppure di fare immediatamente qualcosa per recuperare la vicinanza dell’altro. A volte riconosciamo quella sensazione.

Mi succede sempre.

Altre volte ci sorprende.

Perché ho reagito così?

Per comprendere queste esperienze dobbiamo considerare una caratteristica fondamentale del funzionamento umano: il passato non influenza soltanto ciò che ricordiamo, ma anche il modo in cui percepiamo, interpretiamo e affrontiamo il presente. E questo processo coinvolge continuamente memoria, emozioni, corpo e relazioni.

Ricordare non significa soltanto recuperare un ricordo

Quando pensiamo alla memoria, immaginiamo spesso una sorta di archivio. Le esperienze vengono registrate, conservate e successivamente recuperate. Ma la memoria umana non funziona come una registrazione fedele degli avvenimenti. È un insieme di processi differenti, attraverso i quali apprendiamo dall’esperienza e utilizziamo ciò che abbiamo appreso per orientarci nel mondo. Alcuni ricordi sono espliciti. Possiamo raccontare dove eravamo, cosa è successo, chi era presente e come ci siamo sentiti. Altre forme di apprendimento, invece, possono influenzare il nostro comportamento senza richiedere il recupero consapevole di un episodio. Pensiamo a quando impariamo ad andare in bicicletta. Non abbiamo bisogno di ricordare ogni singola esperienza di apprendimento per mantenere l’equilibrio. Oppure consideriamo una situazione nella quale, dopo essere stati ripetutamente criticati, cominciamo ad anticipare il giudizio altrui. Possiamo accorgerci di diventare particolarmente attenti alle espressioni del volto, alle esitazioni o ai cambiamenti nel tono della voce. Non necessariamente ricordiamo, in quel momento, le esperienze che hanno contribuito a costruire questa sensibilità. Eppure ciò che abbiamo appreso può continuare a influenzare la nostra esperienza.

Questo non significa che ogni reazione emotiva intensa abbia origine in un evento traumatico. Significa che l’apprendimento umano è molto più ampio della memoria autobiografica consapevole.

Il cervello non aspetta semplicemente che qualcosa accada

Una delle prospettive più interessanti delle neuroscienze contemporanee riguarda il ruolo delle aspettative nella percezione. Secondo diversi modelli di elaborazione predittiva, il cervello non si limita a ricevere passivamente informazioni dall’ambiente. Utilizza anche le esperienze precedenti per formulare previsioni su ciò che potrebbe accadere. Queste previsioni vengono continuamente confrontate e aggiornate attraverso le informazioni disponibili.

È importante precisare che il predictive processing costituisce una famiglia di modelli teorici influenti, non una spiegazione definitivamente dimostrata di ogni aspetto dell’esperienza psicologica. Tuttavia, questa prospettiva offre una possibilità interessante per comprendere alcuni fenomeni clinici.

Immaginiamo una persona cresciuta in un ambiente nel quale l’espressione della rabbia era imprevedibile. Un cambiamento nel tono della voce poteva anticipare un conflitto. Nel tempo, quella persona potrebbe aver imparato a prestare particolare attenzione ai segnali che precedono una possibile reazione ostile. Anni dopo, durante una conversazione con il partner, un tono leggermente più brusco potrebbe evocare una risposta emotiva intensa.

La situazione presente non coincide con quella passata. Ma alcuni elementi possono essere percepiti come sufficientemente simili da attivare aspettative e risposte apprese.

Non è necessario che il passato venga ricordato consapevolmente perché possa influenzare il presente.

Questo non rende la risposta inevitabile. E soprattutto non significa che il cervello sia condannato a ripetere ciò che ha appreso.

Il corpo conserva davvero il trauma?

Negli ultimi anni è diventata molto popolare l’espressione «il corpo conserva il trauma». È una metafora potente. Richiama il fatto che esperienze particolarmente difficili possono lasciare conseguenze che non si esauriscono nel ricordo consapevole.

Ma, se interpretata letteralmente, rischia di essere fuorviante.

Non disponiamo di evidenze che dimostrino che i ricordi traumatici vengano immagazzinati nei muscoli, nelle fasce o in altri tessuti corporei come se fossero archivi di memoria autobiografica. La ricerca mostra, invece, che esperienze traumatiche possono essere associate a modificazioni nei processi di apprendimento, nell’elaborazione delle minacce, nella regolazione emotiva e in alcune risposte fisiologiche. Queste modificazioni non sono identiche in tutte le persone. E non sono necessariamente permanenti. Il corpo partecipa all’esperienza del trauma perché l’esperienza umana è, per sua natura, corporea. Le emozioni coinvolgono sensazioni viscerali, modificazioni cardiovascolari, attività muscolare e numerosi altri processi fisiologici. Quando una persona incontra qualcosa che percepisce come minaccioso, questi processi possono contribuire alla sua risposta. Ma dire che il corpo partecipa alla memoria non equivale a sostenere che conservi letteralmente il ricordo di ciò che è accaduto.

La distinzione è importante anche per un’altra ragione.

Non ogni sensazione corporea intensa rappresenta la manifestazione di un trauma nascosto. Attribuire automaticamente un significato traumatico a sintomi o reazioni fisiologiche rischia di semplificare eccessivamente la complessità dell’esperienza individuale.

Quando una risposta che ci ha protetti diventa un limite

Molti comportamenti che oggi ci fanno soffrire possono essere compresi anche alla luce della funzione che hanno avuto in altri momenti della nostra vita. Una persona che fatica a esprimere disaccordo potrebbe aver imparato che contraddire gli altri comportava conseguenze spiacevoli. Un’altra potrebbe aver sviluppato una particolare attenzione ai bisogni altrui perché, in passato, riconoscere rapidamente gli stati emotivi delle persone vicine era importante. Un’altra ancora potrebbe aver imparato a non chiedere aiuto, associando la vulnerabilità al rischio di essere rifiutata.

Questi esempi non descrivono meccanismi universali. Sono possibili traiettorie di apprendimento, da comprendere nella storia e nel contesto di ciascuna persona. Il punto interessante è che una risposta può essere stata utile in determinate circostanze e diventare meno funzionale quando quelle circostanze cambiano. In questo senso, la sofferenza psicologica non dipende necessariamente dalla presenza di una risposta sbagliata. Può dipendere anche dalla difficoltà a modificare una risposta che, in passato, aveva una funzione adattiva. Pensiamo a una persona che, durante l’infanzia, ha imparato a evitare i conflitti. Da adulta potrebbe continuare a rinunciare a esprimere bisogni e preferenze anche all’interno di relazioni nelle quali sarebbe possibile farlo. L’evitamento può ridurre il disagio nell’immediato. Ma, nel tempo, può limitare l’autenticità della relazione e impedire nuove esperienze di apprendimento.

Il problema non è aver imparato a proteggersi. È non riuscire più a scegliere quando quella protezione sia necessaria.

Perché capire non basta sempre a cambiare?

Questa è una delle domande più importanti della psicoterapia. Una persona può comprendere perfettamente l’origine di una propria difficoltà. Può riconoscere che il partner attuale non è il genitore dal quale temeva il giudizio. Può sapere che un errore professionale non mette in discussione il proprio valore. Può persino identificare con precisione le esperienze che hanno contribuito a costruire determinate aspettative. Eppure, nel momento in cui si trova nuovamente nella situazione temuta, può reagire esattamente come prima.

Perché?

Una possibile spiegazione riguarda la differenza tra comprendere qualcosa a livello dichiarativo e modificare i processi di apprendimento che contribuiscono a generare una risposta. Sapere che una situazione è sicura non garantisce automaticamente di sentirsi al sicuro. E comprendere l’origine di una paura non significa necessariamente aver modificato le associazioni e le aspettative che la sostengono. Questo non rende inutile la comprensione. Al contrario, attribuire significato alla propria esperienza può essere un passaggio fondamentale. Ma suggerisce che il cambiamento psicoterapeutico possa richiedere anche qualcosa di diverso dalla sola acquisizione di nuove spiegazioni. Può richiedere nuove esperienze.

Il cambiamento come nuovo apprendimento

Una parte importante della ricerca contemporanea sul cambiamento psicologico riguarda i processi attraverso i quali apprendimenti precedenti possono essere modificati o affiancati da nuove associazioni. Gli studi sull’estinzione della paura, per esempio, mostrano che l’apprendimento di sicurezza non coincide necessariamente con la cancellazione dell’apprendimento precedente. In molte condizioni, nuove associazioni possono coesistere con quelle originarie. Questo aiuta a comprendere perché alcune risposte emotive possano riemergere anche dopo periodi di miglioramento. Non significa necessariamente che il percorso terapeutico sia fallito. Può significare che apprendimenti differenti continuano a competere in funzione del contesto. Un altro ambito di ricerca riguarda il riconsolidamento della memoria. In determinate condizioni sperimentali, il recupero di un ricordo può renderne alcuni aspetti temporaneamente suscettibili di modificazione. Si tratta di risultati importanti, ma la loro traduzione in protocolli clinici affidabili e generalizzabili è ancora oggetto di studio. Sarebbe quindi prematuro sostenere che una specifica tecnica psicoterapeutica possa cancellare sistematicamente un ricordo traumatico attraverso il riconsolidamento.

La memoria umana è più complessa. E il cambiamento terapeutico può coinvolgere molteplici processi: apprendimento, attenzione, regolazione emotiva, comportamento, significato personale e relazione.

Quello che accade nella relazione terapeutica

Finora abbiamo parlato di memoria, cervello e corpo. Ma manca una dimensione fondamentale: la relazione. Le nostre esperienze non si costruiscono soltanto attraverso ciò che accade dentro di noi. Si sviluppano anche nelle interazioni con le altre persone. Le aspettative che abbiamo imparato a formulare riguardano spesso proprio le relazioni.

Se mostro quello che provo, verrò giudicato.

Se chiedo qualcosa, diventerò un peso.

Se non controllo tutto, succederà qualcosa di spiacevole.

Queste aspettative possono manifestarsi anche durante una seduta di psicoterapia. Una persona può raccontare di avere paura del giudizio e, contemporaneamente, osservare con attenzione l’espressione del terapeuta mentre parla. Può descrivere la propria difficoltà a chiedere aiuto e, nello stesso momento, minimizzare il proprio disagio per non occupare troppo spazio. Può parlare della paura dell’abbandono e vivere una pausa nella conversazione come un segnale di distanza. In questi momenti, il lavoro clinico non riguarda soltanto il contenuto del racconto. Riguarda anche ciò che sta accadendo nel presente della relazione. Il modo in cui una persona si avvicina o si allontana dalla propria esperienza. Le emozioni che emergono. Le sensazioni corporee. Le aspettative che sembrano organizzare l’interazione. E il modo in cui terapeuta e paziente possono riconoscere ed esplorare insieme questi processi. La relazione terapeutica può diventare uno spazio nel quale osservare risposte consolidate e sperimentare possibilità differenti. Non perché ogni interazione produca automaticamente un’esperienza correttiva. Ma perché, quando esistono condizioni sufficienti di sicurezza, collaborazione e attenzione clinica, possono emergere occasioni significative di nuovo apprendimento.

Non tutto deve essere raccontato per poter cambiare

Esiste un’altra conseguenza importante di questa prospettiva. Se alcune difficoltà coinvolgono processi che non dipendono esclusivamente dalla memoria autobiografica esplicita, allora il cambiamento non richiede necessariamente di recuperare ogni dettaglio del passato. In psicoterapia, ricostruire la propria storia può essere molto utile.

Ma non è sempre necessario individuare un evento originario preciso per lavorare su una difficoltà presente. E soprattutto non è opportuno presumere l’esistenza di ricordi traumatici nascosti sulla base di sintomi o sensazioni corporee. La memoria autobiografica è ricostruttiva e può essere influenzata anche dalle aspettative e dalle modalità con cui viene esplorata. Per questo, il lavoro clinico richiede particolare attenzione a non suggerire interpretazioni o ricordi che la persona non ha spontaneamente riportato. Talvolta il percorso terapeutico consiste nel comprendere meglio il passato. Altre volte nel modificare il rapporto con le emozioni. Altre ancora nell’affrontare situazioni evitate, sviluppare nuove modalità relazionali o imparare a riconoscere e tollerare determinate sensazioni. Non esiste un unico percorso valido per tutti.

Il passato può essere importante per comprendere il presente, ma non deve necessariamente essere ricostruito in ogni dettaglio per rendere possibile il cambiamento.

Il corpo come parte dell’esperienza, non come archivio da svuotare

In una prospettiva integrata, prestare attenzione al corpo può avere un ruolo significativo. Il respiro che cambia durante un racconto. La tensione che compare quando si affronta un argomento difficile. La sensazione di chiusura che accompagna un conflitto. Oppure la possibilità, inizialmente insolita, di sentirsi sufficientemente tranquilli mentre si esprime un bisogno. Queste esperienze possono offrire informazioni utili sul modo in cui una persona vive una determinata situazione. Ma non costituiscono, da sole, prove di specifici eventi passati.

Il loro significato deve essere esplorato, non presunto. Allo stesso modo, gli interventi che coinvolgono direttamente l’esperienza corporea possono rappresentare strumenti utili in alcuni percorsi terapeutici, purché vengano scelti sulla base delle caratteristiche della persona, degli obiettivi clinici e delle evidenze disponibili. L’obiettivo non è liberare il corpo da ricordi che vi sarebbero rimasti intrappolati. È ampliare le possibilità attraverso cui una persona può entrare in relazione con la propria esperienza.

Il passato ci influenza, ma non ci definisce completamente

Una delle conseguenze più importanti della ricerca sull’apprendimento è che il nostro modo di rispondere al mondo non è immutabile. Le esperienze precedenti contribuiscono a costruire aspettative, abitudini e modalità di regolazione. Ma nuove esperienze possono modificarle. Questo processo non è necessariamente rapido.

E non dipende soltanto dalla volontà individuale.

Contano le condizioni di vita, le relazioni, le opportunità disponibili e, quando necessario, la qualità degli interventi terapeutici. Al Centro MeP consideriamo il cambiamento psicologico come un processo che coinvolge la persona nella sua interezza. Non soltanto i pensieri. Non soltanto le emozioni. Non soltanto il corpo. Ma il modo in cui queste dimensioni si organizzano continuamente nelle relazioni e nei contesti della vita quotidiana. Da questa prospettiva, la psicoterapia non consiste semplicemente nel correggere risposte disfunzionali. Significa anche comprendere come quelle risposte si siano sviluppate, quale funzione abbiano avuto e quali nuove possibilità possano emergere. Perché il passato continua certamente a influenzare il presente.

Ma il presente è anche il luogo nel quale possiamo imparare qualcosa di nuovo.

E, qualche volta, cominciare a vivere diversamente.


Riferimenti scientifici essenziali

Clark, A. (2013). Whatever next? Predictive brains, situated agents, and the future of cognitive science. Behavioral and Brain Sciences, 36(3), 181–204. https://doi.org/10.1017/S0140525X12000477

Craske, M. G., Treanor, M., Conway, C. C., Zbozinek, T., & Vervliet, B. (2014). Maximizing exposure therapy: An inhibitory learning approach. Behaviour Research and Therapy, 58, 10–23. https://doi.org/10.1016/j.brat.2014.04.006

Ehlers, A., & Clark, D. M. (2000). A cognitive model of posttraumatic stress disorder. Behaviour Research and Therapy, 38(4), 319–345. https://doi.org/10.1016/S0005-7967(99)00123-0

Lane, R. D., Ryan, L., Nadel, L., & Greenberg, L. (2015). Memory reconsolidation, emotional arousal, and the process of change in psychotherapy: New insights from brain science. Behavioral and Brain Sciences, 38, e1. https://doi.org/10.1017/S0140525X14000041

Phelps, E. A., & Hofmann, S. G. (2019). Memory editing from science fiction to clinical practice. Nature, 572, 43–50. https://doi.org/10.1038/s41586-019-1433-7

Wampold, B. E. (2015). How important are the common factors in psychotherapy? An update. World Psychiatry, 14(3), 270–277. https://doi.org/10.1002/wps.20238

Compila il form oppure contattaci telefonicamente