
La mente non è solo nel cervello
Cosa sta scoprendo la scienza sul dialogo tra corpo, emozioni e sistema nervoso
A volte sappiamo che va tutto bene, ma il nostro corpo sembra non saperlo.
Il cuore accelera. Lo stomaco si chiude. Il respiro cambia. Le spalle rimangono tese. Possiamo ripeterci che non c’è nulla da temere e, razionalmente, esserne perfino convinti. Eppure qualcosa dentro di noi continua a comportarsi come se il pericolo fosse reale.
Perché accade?
Una parte della risposta sta cambiando il modo in cui la scienza pensa al rapporto tra mente e corpo.
Per molto tempo siamo stati abituati a immaginare la mente come qualcosa che accade essenzialmente nel cervello: pensieri, emozioni, ricordi, decisioni. Il corpo, invece, sarebbe il luogo nel quale queste esperienze producono i loro effetti.
Oggi questa distinzione appare sempre meno convincente.
Non perché la scienza abbia improvvisamente scoperto che “mente e corpo sono collegati”. Lo sappiamo da molto tempo. La novità è che stiamo iniziando a comprendere con maggiore precisione quanto profondamente siano intrecciati e attraverso quali processi comunichino continuamente.
Il cervello ascolta continuamente il corpo
Mentre state leggendo queste righe, il vostro cervello sta ricevendo una quantità enorme di informazioni di cui probabilmente non siete consapevoli.
Sta monitorando il battito cardiaco, il respiro, la temperatura, la pressione sanguigna, lo stato dei muscoli, la disponibilità di energia e numerosi altri segnali provenienti dall’interno dell’organismo.
Questa capacità prende il nome di interocezione.
Se i nostri sensi più conosciuti ci permettono di percepire il mondo esterno, l’interocezione riguarda, in termini generali, il modo in cui il sistema nervoso rileva, interpreta e integra ciò che accade dentro il corpo.
Non significa semplicemente “sentire il battito del cuore”.
Gran parte di questa attività avviene al di fuori della consapevolezza e contribuisce alla regolazione dell’organismo, ma anche alla costruzione delle nostre sensazioni, delle emozioni e, più in generale, della nostra esperienza di noi stessi.
Negli ultimi anni l’interocezione è diventata uno dei territori più interessanti della ricerca sulla salute mentale. Differenze nei processi interocettivi sono state osservate in condizioni molto diverse, dall’ansia alla depressione, dai disturbi alimentari alle dipendenze.
Questo non significa che esista un unico “problema interocettivo” che spieghi la sofferenza psicologica. La realtà è molto più complessa.
Ci dice però qualcosa di importante: il modo in cui percepiamo e interpretiamo ciò che accade nel nostro corpo partecipa alla costruzione della nostra esperienza psicologica.
Un’emozione non accade soltanto nella testa
Pensiamo alla paura.
Possiamo descriverla attraverso un pensiero:
Sta per succedere qualcosa.
Ma nello stesso momento cambia anche l’organismo.
L’attenzione si restringe. Il tono muscolare può aumentare. Il respiro cambia. Il cuore può accelerare. Diventiamo più sensibili ai segnali che potrebbero indicare un pericolo.
È difficile stabilire un confine netto tra dove finisca la mente e dove cominci il corpo.
E soprattutto questi processi non procedono necessariamente in una semplice sequenza — prima penso, poi provo un’emozione, infine il corpo reagisce.
Si influenzano reciprocamente.
Il cervello interpreta ciò che accade mentre contemporaneamente riceve informazioni dal corpo e prepara l’organismo ad affrontare quello che potrebbe accadere.
Questo ci permette di comprendere meglio un’esperienza molto comune in psicoterapia:
“Lo so con la testa, ma non riesco a sentirlo.”
Non è necessariamente una contraddizione.
Possiamo aver modificato la nostra comprensione di una situazione senza che tutti i sistemi coinvolti nella risposta abbiano ancora modificato il proprio funzionamento.
Un cervello che cerca di anticipare il futuro
C’è poi una frontiera particolarmente affascinante della ricerca contemporanea.
Alcuni modelli neuroscientifici propongono di considerare il cervello non semplicemente come un organo che riceve informazioni e reagisce, ma come un sistema che cerca continuamente di anticipare ciò che sta per accadere.
In altre parole, il cervello non aspetterebbe passivamente il mondo.
Cercherebbe continuamente di prevederlo.
Sulla base delle esperienze precedenti, del contesto e dei segnali provenienti dal corpo, costruisce aspettative e prepara l’organismo.
Queste idee sono studiate attraverso modelli come il predictive processing e l’active inference. Sono prospettive teoriche molto influenti, ma sarebbe prematuro presentarle come la spiegazione definitiva del funzionamento della mente.
Ci offrono però un’intuizione potente.
Un organismo efficace non può limitarsi a reagire ai problemi quando si presentano.
Deve anticiparli.
Se stiamo per correre, il sistema cardiovascolare deve prepararsi prima che i muscoli abbiano esaurito l’ossigeno. Se percepiamo una possibile minaccia, l’organismo deve mobilitare risorse prima di sapere con certezza se quella minaccia sia reale.
Questa regolazione anticipatoria viene descritta anche attraverso il concetto di allostasi.
E qui la questione diventa psicologicamente interessante.
Perché il nostro sistema costruisce il futuro utilizzando anche il passato.
Quando il passato continua a prevedere il presente
Immaginiamo una persona che abbia imparato, attraverso esperienze ripetute, che esporsi significa rischiare umiliazione.
Anni dopo può trovarsi in un ambiente completamente diverso. Può sapere razionalmente che le persone che ha davanti non rappresentano una minaccia.
Eppure, quando deve esporsi, qualcosa si attiva.
Aumenta la tensione. Cambia il respiro. Compare il desiderio di evitare. L’attenzione cerca segnali di giudizio.
Non è necessario immaginare che il corpo contenga misteriosamente il ricordo dell’esperienza.
Possiamo formulare un’ipotesi più sobria e forse ancora più interessante: il sistema ha imparato qualcosa e continua a utilizzare quell’apprendimento per prevedere ciò che accadrà.
È anche per questo che l’espressione molto diffusa secondo cui “il corpo ricorda” contiene un’intuizione interessante, ma richiede cautela.
Le esperienze possono modificare apprendimento, aspettative, attenzione, comportamento, memoria e risposte fisiologiche.
Questo è diverso, però, dall’affermare che un’esperienza traumatica sia letteralmente “immagazzinata nel corpo”.
La differenza non è soltanto linguistica.
È il confine tra una metafora clinicamente suggestiva e un’affermazione scientifica.
E allora, come si cambia?
Se l’esperienza umana nasce dall’interazione continua tra pensieri, emozioni, corpo, comportamento, ambiente e relazioni, anche il cambiamento può avvenire attraverso porte differenti.
A volte la porta è il pensiero.
Comprendere qualcosa, riconoscere un automatismo, modificare il significato attribuito a un’esperienza può cambiare profondamente il modo in cui viviamo.
Altre volte può essere necessario fare esperienza di qualcosa di diverso.
Accorgersi di una sensazione senza evitarla.
Modificare il modo di respirare.
Imparare a riconoscere i segnali del proprio organismo.
Muoversi.
Restare in contatto con un’emozione.
Sperimentare una relazione nella quale accade qualcosa di diverso da ciò che ci aspettavamo.
È qui che diventa interessante il dialogo tra psicoterapia e interventi che utilizzano maggiormente il corpo, l’attenzione o la fisiologia: mindfulness, biofeedback, pratiche corporee, yoga e altre modalità oggi oggetto di crescente ricerca.
Non significa che siano tutte equivalenti.
E soprattutto non significa che abbiano tutte lo stesso livello di evidenza scientifica.
Questa distinzione è importante.
Una psicologia veramente integrata non dovrebbe mettere insieme tecniche semplicemente perché vengono definite “mente-corpo”. Dovrebbe chiedersi quali processi stiamo cercando di modificare, quali evidenze abbiamo a disposizione e per quale persona un determinato intervento possa avere senso.
Una frontiera promettente, non una nuova certezza
La ricerca sugli interventi che lavorano direttamente sull’interocezione offre un buon esempio.
Una revisione sistematica di 31 studi randomizzati controllati ha trovato che circa due terzi degli studi mostravano un miglioramento di alcuni aspetti dell’interocezione superiore alle condizioni di controllo. Ma quando gli autori hanno considerato la riduzione dei sintomi psicologici, i risultati sono diventati molto meno conclusivi.
È una distinzione preziosa.
Possiamo avere una strada promettente senza doverla trasformare immediatamente in una certezza.
Forse questo è uno dei modi più fertili di abitare la frontiera della ricerca:
curiosità senza credulità.
Non siamo sistemi nervosi da aggiustare
L’interesse crescente per il sistema nervoso porta con sé anche un rischio.
Oggi termini come regolazione, nervo vago, trauma, sistema simpatico o parasimpatico sono entrati nel linguaggio comune.
È un cambiamento interessante, ma può produrre un nuovo riduzionismo.
Per anni abbiamo rischiato di pensare che la sofferenza psicologica accadesse soltanto “nella testa”. Oggi rischiamo di spiegare qualsiasi difficoltà dicendo che qualcuno ha un “sistema nervoso disregolato”.
Una persona, però, non è un sistema nervoso da riportare nella zona verde.
È un organismo, certamente.
Ma è anche una storia.
Sono le relazioni nelle quali ha imparato a riconoscersi. Le esperienze che hanno formato le sue aspettative. I comportamenti attraverso cui cerca di proteggersi. Ciò che evita e ciò che desidera. La cultura alla quale appartiene. Il modo in cui attribuisce significato a ciò che vive.
E sono i suoi valori: la direzione verso cui vorrebbe andare.
Il corpo è parte di tutto questo.
Non la spiegazione di tutto questo.
Tornare alla persona intera
Forse la vera rivoluzione della ricerca mente-corpo non consiste allora nell’aggiungere il corpo alla psicologia.
Consiste nel superare progressivamente l’idea che sia possibile separarlo dalla mente.
Al Centro MeP questa prospettiva orienta il nostro modo di pensare il lavoro clinico. Psicoterapia, mindfulness, Clinical EFT, biofeedback, yoga e interventi sul corpo sono strumenti differenti e con livelli differenti di evidenza scientifica. Non vengono messi insieme perché appartengano genericamente al mondo del “benessere”, ma perché possono offrire — quando appropriato — differenti punti di accesso ai processi che mantengono la sofferenza o favoriscono il cambiamento.
La domanda, quindi, non è semplicemente:
Quale tecnica funziona?
È una domanda più complessa e più umana:
che cosa sta accadendo in questa persona, in questo momento, e quale processo può aiutarla a diventare più libera e flessibile?
È probabilmente qui che mente e corpo smettono di essere due territori da collegare.
E possiamo tornare a occuparci della persona nella sua interezza.
Per approfondire
Khalsa S.S. et al. (2018), Interoception and Mental Health: A Roadmap, Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging, 3(6), 501–513.
Kleckner I.R. et al. (2017), Evidence for a large-scale brain system supporting allostasis and interoception in humans, Nature Human Behaviour, 1, 0069.
Heim N. et al. (2023), Psychological interventions for interoception in mental health disorders: A systematic review of randomized-controlled trials, Psychiatry and Clinical Neurosciences, 77(10), 530–540.