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	<title>Blog MeC | Centro MeP</title>
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	<title>Blog MeC | Centro MeP</title>
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		<title>Quando il passato continua a vivere nel presente</title>
		<link>https://www.centromep.it/memoria-trauma-corpo-psicoterapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Oct 2026 14:11:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog MeC]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando il passato continua a vivere nel presente MeC &#124; Mente e Corpo — Centro MeP di Andrea Bassanini Memoria, corpo e apprendimento: come le esperienze plasmano il nostro modo di sentire e perché il cambiamento è possibile Ci sono momenti nei quali reagiamo a una situazione con un&#8217;intensità che noi stessi fatichiamo a comprendere. &#8230;</p>
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<h1 class="wp-block-heading">Quando il passato continua a vivere nel presente</h1>



<p class="wp-block-paragraph"><em>MeC | Mente e Corpo — Centro MeP</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Andrea Bassanini </em></p>



<figure class="wp-block-image size-medium"><img decoding="async" width="300" height="150" src="https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-300x150.png" alt="" class="wp-image-1707" srcset="https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-300x150.png 300w, https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-1024x512.png 1024w, https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-768x384.png 768w, https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-1536x768.png 1536w, https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo.png 1774w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Memoria, corpo e apprendimento: come le esperienze plasmano il nostro modo di sentire e perché il cambiamento è possibile</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono momenti nei quali reagiamo a una situazione con un&#8217;intensità che noi stessi fatichiamo a comprendere. Una parola pronunciata con un certo tono. Un&#8217;espressione del volto. Un silenzio durante una conversazione. La sensazione che qualcuno si stia allontanando. Razionalmente sappiamo che non sta accadendo nulla di particolarmente grave. Eppure qualcosa cambia. Il cuore accelera. Lo stomaco si contrae. L&#8217;attenzione si restringe. Sentiamo il bisogno di difenderci, di allontanarci oppure di fare immediatamente qualcosa per recuperare la vicinanza dell&#8217;altro. A volte riconosciamo quella sensazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Mi succede sempre.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Altre volte ci sorprende.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Perché ho reagito così?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprendere queste esperienze dobbiamo considerare una caratteristica fondamentale del funzionamento umano:&nbsp;<strong>il passato non influenza soltanto ciò che ricordiamo, ma anche il modo in cui percepiamo, interpretiamo e affrontiamo il presente.</strong> E questo processo coinvolge continuamente memoria, emozioni, corpo e relazioni.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Ricordare non significa soltanto recuperare un ricordo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quando pensiamo alla memoria, immaginiamo spesso una sorta di archivio. Le esperienze vengono registrate, conservate e successivamente recuperate. Ma la memoria umana non funziona come una registrazione fedele degli avvenimenti. È un insieme di processi differenti, attraverso i quali apprendiamo dall&#8217;esperienza e utilizziamo ciò che abbiamo appreso per orientarci nel mondo. Alcuni ricordi sono espliciti. Possiamo raccontare dove eravamo, cosa è successo, chi era presente e come ci siamo sentiti. Altre forme di apprendimento, invece, possono influenzare il nostro comportamento senza richiedere il recupero consapevole di un episodio. Pensiamo a quando impariamo ad andare in bicicletta. Non abbiamo bisogno di ricordare ogni singola esperienza di apprendimento per mantenere l&#8217;equilibrio. Oppure consideriamo una situazione nella quale, dopo essere stati ripetutamente criticati, cominciamo ad anticipare il giudizio altrui. Possiamo accorgerci di diventare particolarmente attenti alle espressioni del volto, alle esitazioni o ai cambiamenti nel tono della voce. Non necessariamente ricordiamo, in quel momento, le esperienze che hanno contribuito a costruire questa sensibilità. Eppure ciò che abbiamo appreso può continuare a influenzare la nostra esperienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Questo non significa che ogni reazione emotiva intensa abbia origine in un evento traumatico. Significa che&nbsp;<strong>l&#8217;apprendimento umano è molto più ampio della memoria autobiografica consapevole</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il cervello non aspetta semplicemente che qualcosa accada</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle prospettive più interessanti delle neuroscienze contemporanee riguarda il ruolo delle aspettative nella percezione. Secondo diversi modelli di elaborazione predittiva, il cervello non si limita a ricevere passivamente informazioni dall&#8217;ambiente. Utilizza anche le esperienze precedenti per formulare previsioni su ciò che potrebbe accadere. Queste previsioni vengono continuamente confrontate e aggiornate attraverso le informazioni disponibili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È importante precisare che il&nbsp;<em>predictive processing</em>&nbsp;costituisce una famiglia di modelli teorici influenti, non una spiegazione definitivamente dimostrata di ogni aspetto dell&#8217;esperienza psicologica. Tuttavia, questa prospettiva offre una possibilità interessante per comprendere alcuni fenomeni clinici.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> Immaginiamo una persona cresciuta in un ambiente nel quale l&#8217;espressione della rabbia era imprevedibile. Un cambiamento nel tono della voce poteva anticipare un conflitto. Nel tempo, quella persona potrebbe aver imparato a prestare particolare attenzione ai segnali che precedono una possibile reazione ostile. Anni dopo, durante una conversazione con il partner, un tono leggermente più brusco potrebbe evocare una risposta emotiva intensa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"> La situazione presente non coincide con quella passata. Ma alcuni elementi possono essere percepiti come sufficientemente simili da attivare aspettative e risposte apprese.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non è necessario che il passato venga ricordato consapevolmente perché possa influenzare il presente.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo non rende la risposta inevitabile. E soprattutto non significa che il cervello sia condannato a ripetere ciò che ha appreso.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il corpo conserva davvero il trauma?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni è diventata molto popolare l&#8217;espressione&nbsp;<em>«il corpo conserva il trauma»</em>. È una metafora potente. Richiama il fatto che esperienze particolarmente difficili possono lasciare conseguenze che non si esauriscono nel ricordo consapevole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma, se interpretata letteralmente, rischia di essere fuorviante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non disponiamo di evidenze che dimostrino che i ricordi traumatici vengano immagazzinati nei muscoli, nelle fasce o in altri tessuti corporei come se fossero archivi di memoria autobiografica. La ricerca mostra, invece, che esperienze traumatiche possono essere associate a modificazioni nei processi di apprendimento, nell&#8217;elaborazione delle minacce, nella regolazione emotiva e in alcune risposte fisiologiche. Queste modificazioni non sono identiche in tutte le persone. E non sono necessariamente permanenti. Il corpo partecipa all&#8217;esperienza del trauma perché l&#8217;esperienza umana è, per sua natura, corporea. Le emozioni coinvolgono sensazioni viscerali, modificazioni cardiovascolari, attività muscolare e numerosi altri processi fisiologici. Quando una persona incontra qualcosa che percepisce come minaccioso, questi processi possono contribuire alla sua risposta. Ma dire che il corpo partecipa alla memoria non equivale a sostenere che conservi letteralmente il ricordo di ciò che è accaduto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La distinzione è importante anche per un&#8217;altra ragione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non ogni sensazione corporea intensa rappresenta la manifestazione di un trauma nascosto.</strong> Attribuire automaticamente un significato traumatico a sintomi o reazioni fisiologiche rischia di semplificare eccessivamente la complessità dell&#8217;esperienza individuale.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quando una risposta che ci ha protetti diventa un limite</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Molti comportamenti che oggi ci fanno soffrire possono essere compresi anche alla luce della funzione che hanno avuto in altri momenti della nostra vita. Una persona che fatica a esprimere disaccordo potrebbe aver imparato che contraddire gli altri comportava conseguenze spiacevoli. Un&#8217;altra potrebbe aver sviluppato una particolare attenzione ai bisogni altrui perché, in passato, riconoscere rapidamente gli stati emotivi delle persone vicine era importante. Un&#8217;altra ancora potrebbe aver imparato a non chiedere aiuto, associando la vulnerabilità al rischio di essere rifiutata. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi esempi non descrivono meccanismi universali. Sono possibili traiettorie di apprendimento, da comprendere nella storia e nel contesto di ciascuna persona. Il punto interessante è che una risposta può essere stata utile in determinate circostanze e diventare meno funzionale quando quelle circostanze cambiano. In questo senso, la sofferenza psicologica non dipende necessariamente dalla presenza di una risposta sbagliata. Può dipendere anche dalla difficoltà a modificare una risposta che, in passato, aveva una funzione adattiva. Pensiamo a una persona che, durante l&#8217;infanzia, ha imparato a evitare i conflitti. Da adulta potrebbe continuare a rinunciare a esprimere bisogni e preferenze anche all&#8217;interno di relazioni nelle quali sarebbe possibile farlo. L&#8217;evitamento può ridurre il disagio nell&#8217;immediato. Ma, nel tempo, può limitare l&#8217;autenticità della relazione e impedire nuove esperienze di apprendimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il problema non è aver imparato a proteggersi. È non riuscire più a scegliere quando quella protezione sia necessaria.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché capire non basta sempre a cambiare?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Questa è una delle domande più importanti della psicoterapia. Una persona può comprendere perfettamente l&#8217;origine di una propria difficoltà. Può riconoscere che il partner attuale non è il genitore dal quale temeva il giudizio. Può sapere che un errore professionale non mette in discussione il proprio valore. Può persino identificare con precisione le esperienze che hanno contribuito a costruire determinate aspettative. Eppure, nel momento in cui si trova nuovamente nella situazione temuta, può reagire esattamente come prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una possibile spiegazione riguarda la differenza tra comprendere qualcosa a livello dichiarativo e modificare i processi di apprendimento che contribuiscono a generare una risposta. Sapere che una situazione è sicura non garantisce automaticamente di sentirsi al sicuro. E comprendere l&#8217;origine di una paura non significa necessariamente aver modificato le associazioni e le aspettative che la sostengono. Questo non rende inutile la comprensione. Al contrario, attribuire significato alla propria esperienza può essere un passaggio fondamentale. Ma suggerisce che il cambiamento psicoterapeutico possa richiedere anche qualcosa di diverso dalla sola acquisizione di nuove spiegazioni. Può richiedere&nbsp;<strong>nuove esperienze</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il cambiamento come nuovo apprendimento</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Una parte importante della ricerca contemporanea sul cambiamento psicologico riguarda i processi attraverso i quali apprendimenti precedenti possono essere modificati o affiancati da nuove associazioni. Gli studi sull&#8217;estinzione della paura, per esempio, mostrano che l&#8217;apprendimento di sicurezza non coincide necessariamente con la cancellazione dell&#8217;apprendimento precedente. In molte condizioni, nuove associazioni possono coesistere con quelle originarie. Questo aiuta a comprendere perché alcune risposte emotive possano riemergere anche dopo periodi di miglioramento. Non significa necessariamente che il percorso terapeutico sia fallito. Può significare che apprendimenti differenti continuano a competere in funzione del contesto. Un altro ambito di ricerca riguarda il&nbsp;<strong>riconsolidamento della memoria</strong>. In determinate condizioni sperimentali, il recupero di un ricordo può renderne alcuni aspetti temporaneamente suscettibili di modificazione. Si tratta di risultati importanti, ma la loro traduzione in protocolli clinici affidabili e generalizzabili è ancora oggetto di studio. Sarebbe quindi prematuro sostenere che una specifica tecnica psicoterapeutica possa cancellare sistematicamente un ricordo traumatico attraverso il riconsolidamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La memoria umana è più complessa. E il cambiamento terapeutico può coinvolgere molteplici processi: apprendimento, attenzione, regolazione emotiva, comportamento, significato personale e relazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quello che accade nella relazione terapeutica</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Finora abbiamo parlato di memoria, cervello e corpo. Ma manca una dimensione fondamentale: la relazione. Le nostre esperienze non si costruiscono soltanto attraverso ciò che accade dentro di noi. Si sviluppano anche nelle interazioni con le altre persone. Le aspettative che abbiamo imparato a formulare riguardano spesso proprio le relazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Se mostro quello che provo, verrò giudicato.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Se chiedo qualcosa, diventerò un peso.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Se non controllo tutto, succederà qualcosa di spiacevole.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Queste aspettative possono manifestarsi anche durante una seduta di psicoterapia. Una persona può raccontare di avere paura del giudizio e, contemporaneamente, osservare con attenzione l&#8217;espressione del terapeuta mentre parla. Può descrivere la propria difficoltà a chiedere aiuto e, nello stesso momento, minimizzare il proprio disagio per non occupare troppo spazio. Può parlare della paura dell&#8217;abbandono e vivere una pausa nella conversazione come un segnale di distanza. In questi momenti, il lavoro clinico non riguarda soltanto il contenuto del racconto. Riguarda anche&nbsp;<strong>ciò che sta accadendo nel presente della relazione</strong>. Il modo in cui una persona si avvicina o si allontana dalla propria esperienza. Le emozioni che emergono. Le sensazioni corporee. Le aspettative che sembrano organizzare l&#8217;interazione. E il modo in cui terapeuta e paziente possono riconoscere ed esplorare insieme questi processi. La relazione terapeutica può diventare uno spazio nel quale osservare risposte consolidate e sperimentare possibilità differenti. Non perché ogni interazione produca automaticamente un&#8217;esperienza correttiva. Ma perché, quando esistono condizioni sufficienti di sicurezza, collaborazione e attenzione clinica, possono emergere occasioni significative di nuovo apprendimento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Non tutto deve essere raccontato per poter cambiare</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Esiste un&#8217;altra conseguenza importante di questa prospettiva. Se alcune difficoltà coinvolgono processi che non dipendono esclusivamente dalla memoria autobiografica esplicita, allora il cambiamento non richiede necessariamente di recuperare ogni dettaglio del passato. In psicoterapia, ricostruire la propria storia può essere molto utile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma non è sempre necessario individuare un evento originario preciso per lavorare su una difficoltà presente. E soprattutto non è opportuno presumere l&#8217;esistenza di ricordi traumatici nascosti sulla base di sintomi o sensazioni corporee. La memoria autobiografica è ricostruttiva e può essere influenzata anche dalle aspettative e dalle modalità con cui viene esplorata. Per questo, il lavoro clinico richiede particolare attenzione a non suggerire interpretazioni o ricordi che la persona non ha spontaneamente riportato. Talvolta il percorso terapeutico consiste nel comprendere meglio il passato. Altre volte nel modificare il rapporto con le emozioni. Altre ancora nell&#8217;affrontare situazioni evitate, sviluppare nuove modalità relazionali o imparare a riconoscere e tollerare determinate sensazioni. Non esiste un unico percorso valido per tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il passato può essere importante per comprendere il presente, ma non deve necessariamente essere ricostruito in ogni dettaglio per rendere possibile il cambiamento.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il corpo come parte dell&#8217;esperienza, non come archivio da svuotare</h2>



<p class="wp-block-paragraph">In una prospettiva integrata, prestare attenzione al corpo può avere un ruolo significativo. Il respiro che cambia durante un racconto. La tensione che compare quando si affronta un argomento difficile. La sensazione di chiusura che accompagna un conflitto. Oppure la possibilità, inizialmente insolita, di sentirsi sufficientemente tranquilli mentre si esprime un bisogno. Queste esperienze possono offrire informazioni utili sul modo in cui una persona vive una determinata situazione. Ma non costituiscono, da sole, prove di specifici eventi passati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il loro significato deve essere esplorato, non presunto. Allo stesso modo, gli interventi che coinvolgono direttamente l&#8217;esperienza corporea possono rappresentare strumenti utili in alcuni percorsi terapeutici, purché vengano scelti sulla base delle caratteristiche della persona, degli obiettivi clinici e delle evidenze disponibili. L&#8217;obiettivo non è liberare il corpo da ricordi che vi sarebbero rimasti intrappolati. È ampliare le possibilità attraverso cui una persona può entrare in relazione con la propria esperienza.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il passato ci influenza, ma non ci definisce completamente</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle conseguenze più importanti della ricerca sull&#8217;apprendimento è che il nostro modo di rispondere al mondo non è immutabile. Le esperienze precedenti contribuiscono a costruire aspettative, abitudini e modalità di regolazione. Ma nuove esperienze possono modificarle. Questo processo non è necessariamente rapido.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E non dipende soltanto dalla volontà individuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Contano le condizioni di vita, le relazioni, le opportunità disponibili e, quando necessario, la qualità degli interventi terapeutici. Al Centro MeP consideriamo il cambiamento psicologico come un processo che coinvolge la persona nella sua interezza. Non soltanto i pensieri. Non soltanto le emozioni. Non soltanto il corpo. Ma il modo in cui queste dimensioni si organizzano continuamente nelle relazioni e nei contesti della vita quotidiana. Da questa prospettiva, la psicoterapia non consiste semplicemente nel correggere risposte disfunzionali. Significa anche comprendere come quelle risposte si siano sviluppate, quale funzione abbiano avuto e quali nuove possibilità possano emergere. Perché il passato continua certamente a influenzare il presente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma il presente è anche il luogo nel quale possiamo imparare qualcosa di nuovo.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E, qualche volta, cominciare a vivere diversamente.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h2 class="wp-block-heading">Riferimenti scientifici essenziali</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Clark, A. (2013).</strong>&nbsp;Whatever next? Predictive brains, situated agents, and the future of cognitive science.&nbsp;<em>Behavioral and Brain Sciences, 36</em>(3), 181–204.&nbsp;<a href="https://doi.org/10.1017/S0140525X12000477">https://doi.org/10.1017/S0140525X12000477</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Craske, M. G., Treanor, M., Conway, C. C., Zbozinek, T., &amp; Vervliet, B. (2014).</strong>&nbsp;Maximizing exposure therapy: An inhibitory learning approach.&nbsp;<em>Behaviour Research and Therapy, 58</em>, 10–23.&nbsp;<a href="https://doi.org/10.1016/j.brat.2014.04.006?utm_source=chatgpt.com">https://doi.org/10.1016/j.brat.2014.04.006</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ehlers, A., &amp; Clark, D. M. (2000).</strong>&nbsp;A cognitive model of posttraumatic stress disorder.&nbsp;<em>Behaviour Research and Therapy, 38</em>(4), 319–345.&nbsp;<a href="https://doi.org/10.1016/S0005-7967(99)00123-0">https://doi.org/10.1016/S0005-7967(99)00123-0</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lane, R. D., Ryan, L., Nadel, L., &amp; Greenberg, L. (2015).</strong>&nbsp;Memory reconsolidation, emotional arousal, and the process of change in psychotherapy: New insights from brain science.&nbsp;<em>Behavioral and Brain Sciences, 38</em>, e1.&nbsp;<a href="https://doi.org/10.1017/S0140525X14000041">https://doi.org/10.1017/S0140525X14000041</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Phelps, E. A., &amp; Hofmann, S. G. (2019).</strong>&nbsp;Memory editing from science fiction to clinical practice.&nbsp;<em>Nature, 572</em>, 43–50.&nbsp;<a href="https://doi.org/10.1038/s41586-019-1433-7">https://doi.org/10.1038/s41586-019-1433-7</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Wampold, B. E. (2015).</strong>&nbsp;How important are the common factors in psychotherapy? An update.&nbsp;<em>World Psychiatry, 14</em>(3), 270–277.&nbsp;<a href="https://doi.org/10.1002/wps.20238">https://doi.org/10.1002/wps.20238</a></p>
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		<title>Quando lo stress entra nel corpo</title>
		<link>https://www.centromep.it/stress-corpo-sistema-nervoso/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 07:14:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog MeC]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando lo stress entra nel corpo MeC &#124; Mente e Corpo — Centro MeP di Andrea Bassanini Ci sono periodi nei quali ci accorgiamo di essere stressati soltanto quando il corpo comincia a farsi sentire. Dormiamo peggio. Le spalle rimangono contratte. Lo stomaco sembra più sensibile. Il respiro diventa superficiale. Ci sentiamo stanchi, ma quando &#8230;</p>
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<h1 class="wp-block-heading">Quando lo stress entra nel corpo</h1>



<p class="wp-block-paragraph"><em>MeC | Mente e Corpo — Centro MeP</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Andrea Bassanini </em></p>



<figure class="wp-block-image size-medium"><img decoding="async" width="300" height="150" src="https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-300x150.png" alt="" class="wp-image-1707" srcset="https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-300x150.png 300w, https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-1024x512.png 1024w, https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-768x384.png 768w, https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-1536x768.png 1536w, https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo.png 1774w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono periodi nei quali ci accorgiamo di essere stressati soltanto quando il corpo comincia a farsi sentire. Dormiamo peggio. Le spalle rimangono contratte. Lo stomaco sembra più sensibile. Il respiro diventa superficiale. Ci sentiamo stanchi, ma quando finalmente arriva il momento di riposare non riusciamo a farlo. A volte non c&#8217;è nemmeno un problema preciso. Continuiamo a lavorare, a occuparci della famiglia, a rispettare gli impegni. Apparentemente tutto procede come sempre. Eppure qualcosa è cambiato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È come se il nostro organismo avesse difficoltà a capire quando può smettere di prepararsi a ciò che verrà.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché succede? Per rispondere dobbiamo partire da un&#8217;idea importante:&nbsp;<strong>lo stress non è soltanto una sensazione psicologica. È un insieme di processi attraverso i quali l&#8217;organismo cerca di adattarsi alle richieste dell&#8217;ambiente.</strong> E questi processi coinvolgono continuamente cervello, corpo e comportamento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Lo stress non è il nostro nemico</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo abituati a parlare dello stress come di qualcosa da eliminare. Ma senza la capacità di rispondere allo stress non potremmo affrontare quasi nessuna delle sfide della vita quotidiana. Quando dobbiamo sostenere un esame, affrontare una conversazione difficile o reagire a un imprevisto, il nostro organismo mobilita risorse. L&#8217;attenzione può diventare più selettiva. Il cuore può accelerare. Cambia la distribuzione dell&#8217;energia. Alcuni processi fisiologici vengono temporaneamente privilegiati rispetto ad altri. Tutto questo non rappresenta necessariamente un problema. È una delle modalità attraverso cui ci adattiamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema nervoso autonomo, insieme ai sistemi endocrini e ad altri meccanismi fisiologici, partecipa a questa regolazione. Il sistema simpatico contribuisce, tra le altre cose, alla mobilitazione dell&#8217;organismo. Il parasimpatico partecipa a numerose funzioni di regolazione, recupero e conservazione delle risorse. Ma sarebbe scorretto considerarli semplicemente come un acceleratore e un freno, oppure immaginare che il simpatico sia il sistema dello stress e il parasimpatico quello del benessere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Entrambi sono continuamente attivi e contribuiscono, in modi differenti, all&#8217;adattamento. <strong>Il problema, quindi, non è attivarsi. È ciò che accade quando le richieste diventano persistenti, le risorse insufficienti e il recupero difficile.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Il corpo cerca continuamente un equilibrio. Ma non è un equilibrio statico</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Per comprendere questo processo è utile introdurre un concetto importante della fisiologia contemporanea: l&#8217;<strong>allostasi</strong>. Tradizionalmente, attraverso il concetto di omeostasi, descriviamo la capacità dell&#8217;organismo di mantenere alcune variabili fisiologiche entro intervalli compatibili con il suo funzionamento. L&#8217;allostasi mette maggiormente in evidenza un altro aspetto: per mantenersi vitale, l&#8217;organismo deve modificare continuamente la propria attività in funzione delle richieste presenti e previste. Non rimaniamo sempre nello stesso stato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci adattiamo. Quando affrontiamo una situazione impegnativa, il nostro organismo modifica la propria regolazione. Quando quella situazione termina, dovrebbe poter riorganizzare le proprie risorse. Ma cosa accade quando le richieste si susseguono senza lasciare sufficiente spazio al recupero? È qui che entra in gioco il concetto di&nbsp;<strong>carico allostatico</strong>, sviluppato in particolare attraverso il lavoro del neuroscienziato Bruce McEwen e dei suoi collaboratori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il carico allostatico descrive il possibile costo cumulativo dei processi di adattamento quando i sistemi coinvolti nella risposta allo stress vengono sollecitati ripetutamente o in modo prolungato. Non è una diagnosi e non corrisponde a un singolo valore misurabile attraverso un esame. È un modello che aiuta a comprendere come esposizioni persistenti e condizioni di vita sfavorevoli possano contribuire, nel tempo, a modificazioni fisiologiche associate a un maggiore rischio per la salute. Il punto interessante è che&nbsp;<strong>non conta soltanto quanto intensamente reagiamo, ma anche quanto spesso, in quali condizioni e con quali possibilità di recupero</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché lo stress si sente nello stomaco?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il rapporto tra stress e apparato gastrointestinale è uno degli esempi più immediati dell&#8217;integrazione mente-corpo. Molte persone sperimentano nausea, tensione addominale, cambiamenti dell&#8217;appetito o alterazioni della funzione intestinale durante periodi particolarmente impegnativi. Non è sorprendente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema nervoso centrale e quello enterico comunicano attraverso numerose vie nervose, endocrine e immunitarie. Anche il microbiota intestinale partecipa a questo complesso sistema di interazioni, sebbene molti dei suoi possibili effetti sulla salute mentale umana siano ancora oggetto di ricerca. Questo insieme di comunicazioni viene spesso descritto come&nbsp;<strong>asse intestino-cervello</strong>. Lo stress può influenzare la motilità gastrointestinale, la sensibilità viscerale e altre funzioni digestive. E, nella direzione opposta, i segnali provenienti dall&#8217;intestino possono contribuire alla nostra esperienza di disagio. È un dialogo bidirezionale. Naturalmente, questo non significa che ogni mal di stomaco sia causato dall&#8217;ansia. I sintomi gastrointestinali possono avere molte cause e, soprattutto quando sono persistenti, nuovi o importanti, meritano una valutazione medica appropriata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma comprendere questa relazione aiuta a superare una distinzione ancora molto diffusa. <strong>Un sintomo può essere autenticamente corporeo e, contemporaneamente, essere influenzato da processi psicologici.</strong> Le due cose non si escludono.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Perché a volte siamo stanchi, ma non riusciamo a riposare?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">È una delle esperienze più comuni nei periodi di stress prolungato. Durante la giornata ci sentiamo affaticati. Desideriamo soltanto fermarci. Poi arriva la sera e la mente comincia a correre. Ripensiamo alle conversazioni, anticipiamo gli impegni del giorno successivo, immaginiamo problemi che potrebbero verificarsi. Il corpo è stanco, ma l&#8217;attenzione rimane orientata verso ciò che dobbiamo ancora affrontare. La ricerca sul sonno descrive da tempo il ruolo dell&#8217;<strong>iperattivazione</strong>, o&nbsp;<em>hyperarousal</em>, in alcune forme di insonnia. Si tratta di un concetto che comprende aspetti cognitivi, emotivi e fisiologici, senza implicare necessariamente che ogni persona con insonnia presenti lo stesso profilo di attivazione. Anche in questo caso il problema non è semplicemente avere troppi pensieri. Può essere coinvolta una difficoltà più ampia nel passaggio tra stati di vigilanza e condizioni favorevoli al sonno. E questo spiega perché, talvolta, ordinarsi di rilassarsi non funzioni. Anzi, può produrre l&#8217;effetto opposto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando il rilassamento diventa un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, rischia di trasformarsi in un&#8217;ulteriore prestazione.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il sistema nervoso non è un interruttore</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni si è diffusa l&#8217;idea che per stare meglio sia necessario imparare ad attivare il sistema parasimpatico, ridurre il cortisolo o stimolare il nervo vago. Queste espressioni contengono riferimenti a processi fisiologici reali, ma spesso vengono utilizzate in modo eccessivamente semplificato. Non esiste un unico stato fisiologico ideale nel quale dovremmo cercare di rimanere. E non possiamo considerare ogni attivazione simpatica come qualcosa da correggere. Un organismo sano deve poter affrontare una sfida, mobilitare risorse, sostenere uno sforzo, recuperare e adattarsi nuovamente. Inoltre, il funzionamento del sistema nervoso autonomo è molto più articolato di quanto suggerisca la contrapposizione tra attivazione e rilassamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Forse, allora, la domanda non dovrebbe essere:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Come faccio a rimanere sempre calmo?</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Bensì: <strong>Come posso sviluppare una maggiore flessibilità nel rispondere alle situazioni che incontro?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È una differenza importante. Perché il benessere psicologico non coincide necessariamente con la tranquillità. A volte significa riuscire ad affrontare qualcosa di difficile, anche quando il corpo è attivato. Altre volte significa riconoscere che abbiamo bisogno di fermarci. E altre ancora significa imparare a tollerare sensazioni che in passato avremmo cercato immediatamente di eliminare.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Dalla regolazione alla flessibilità: cosa può fare la psicoterapia?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se lo stress coinvolge pensieri, emozioni, fisiologia e comportamento, intervenire soltanto su una di queste dimensioni potrebbe non essere sempre sufficiente. Immaginiamo una persona che viva costantemente con la sensazione di dover essere all&#8217;altezza delle aspettative altrui. Ogni richiesta diventa un impegno da soddisfare. Ogni errore una possibile conferma della propria inadeguatezza. Ogni momento libero un&#8217;occasione per pensare a ciò che non è ancora stato fatto. Potremmo insegnarle una tecnica di respirazione. E quella tecnica potrebbe aiutarla a ridurre temporaneamente la tensione. Ma cosa accadrebbe se continuasse a organizzare la propria vita attorno alla paura di deludere gli altri? Probabilmente, almeno una parte delle condizioni che alimentano lo stress rimarrebbe invariata. Questo esempio permette di comprendere un aspetto fondamentale del lavoro psicoterapeutico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non si tratta soltanto di ridurre l&#8217;attivazione fisiologica, ma di comprendere e modificare i processi che contribuiscono a mantenerla.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">A volte significa lavorare sulle aspettative. Altre volte sulle modalità con cui affrontiamo le emozioni, sui comportamenti di evitamento o sulla difficoltà a riconoscere i nostri bisogni. Altre ancora sulle relazioni, sulle esperienze passate o sulle condizioni concrete nelle quali viviamo. La psicoterapia può aiutare a modificare questi processi attraverso differenti modalità di intervento, scelte in funzione della persona e del problema. E in questo percorso possono trovare spazio anche strumenti che coinvolgono direttamente l&#8217;esperienza corporea.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Respirazione, mindfulness e biofeedback: quale ruolo possono avere?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni la ricerca ha dedicato crescente attenzione a interventi che utilizzano il respiro, l&#8217;attenzione e il monitoraggio di alcuni segnali fisiologici. Il biofeedback, per esempio, permette di osservare in tempo reale determinate funzioni corporee e, attraverso procedure specifiche, imparare a influenzarne alcuni aspetti. La mindfulness può aiutare a sviluppare una relazione diversa con pensieri, emozioni e sensazioni corporee, senza necessariamente cercare di eliminarli. Alcune tecniche respiratorie possono produrre modificazioni misurabili dell&#8217;attività cardiovascolare e autonomica. Sono approcci differenti, con meccanismi, indicazioni e livelli di evidenza che non devono essere confusi. Soprattutto, non rappresentano necessariamente una soluzione universale allo stress.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una persona può trarre beneficio dal diventare più consapevole del proprio respiro. Un&#8217;altra potrebbe inizialmente sperimentare un aumento del disagio concentrandosi sulle sensazioni corporee. È anche per questo che, nel lavoro clinico,&nbsp;<strong>la scelta dell&#8217;intervento dovrebbe seguire la comprensione del problema, non precederla</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il corpo non è il problema. È parte della risposta.</h2>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è un ultimo aspetto che merita attenzione. Quando viviamo sotto pressione, possiamo cominciare a considerare le nostre reazioni corporee come qualcosa che non funziona. Il cuore che accelera diventa un problema. La tensione muscolare un segnale da eliminare. La difficoltà a rilassarsi una prova della nostra incapacità di gestire lo stress. Ma il corpo non sta necessariamente sbagliando. Sta rispondendo, attraverso sistemi complessi, alle richieste che incontra e al modo in cui le interpreta. A volte queste risposte possono diventare persistenti, sproporzionate o poco funzionali rispetto alle condizioni presenti. Comprenderle, però, è diverso dal combatterle. E forse è proprio questo uno dei passaggi più importanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non dobbiamo necessariamente imparare a controllare ogni reazione del nostro organismo. Possiamo imparare a comprenderla, a riconoscerne la funzione e a sviluppare modi più flessibili di rispondere.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Oltre lo stress: tornare alla persona</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Al Centro MeP consideriamo la relazione tra mente e corpo una dimensione fondamentale della comprensione clinica. La psicoterapia, il lavoro sulla consapevolezza, il biofeedback e gli altri interventi che coinvolgono l&#8217;esperienza corporea possono offrire differenti possibilità di lavoro, quando sostenute da un razionale clinico e da evidenze adeguate. Ma nessuna tecnica, da sola, può sostituire la comprensione della persona. Perché dietro una tensione persistente può esserci un&#8217;abitudine a controllare tutto. Dietro una difficoltà a riposare, la paura di non essere abbastanza. Dietro un continuo stato di allerta, una storia nella quale essere vigili è stato a lungo necessario. Oppure possono esserci condizioni lavorative, familiari o sociali che richiedono cambiamenti concreti, non semplicemente una maggiore capacità individuale di adattamento. Il lavoro clinico comincia quando riusciamo a distinguere queste possibilità. Quando smettiamo di chiederci soltanto come eliminare un sintomo e iniziamo a domandarci quale funzione abbia, in quale contesto si manifesti e quali processi contribuiscano a mantenerlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L&#8217;obiettivo non è vivere senza stress. È sviluppare una maggiore libertà nel modo in cui rispondiamo alla vita.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E forse, qualche volta, anche imparare a riconoscere quando non abbiamo bisogno di fare di più. Ma di poterci fermare.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Riferimenti scientifici essenziali</h3>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>McEwen, B. S. (1998).</strong>&nbsp;Protective and damaging effects of stress mediators.&nbsp;<em>The New England Journal of Medicine, 338</em>(3), 171–179.<br><a href="https://doi.org/10.1056/NEJM199801153380307">DOI: 10.1056/NEJM199801153380307</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un lavoro fondamentale per comprendere la relazione tra risposta adattiva allo stress, carico allostatico e salute.&nbsp;<a href="https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJM199801153380307?utm_source=chatgpt.com">New England Journal of Medicine</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>McEwen, B. S. (1998).</strong>&nbsp;Stress, adaptation, and disease: Allostasis and allostatic load.&nbsp;<em>Annals of the New York Academy of Sciences, 840</em>, 33–44.<br><a href="https://doi.org/10.1111/j.1749-6632.1998.tb09546.x?utm_source=chatgpt.com">DOI: 10.1111/j.1749-6632.1998.tb09546.x</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Approfondisce il concetto di allostasi e il ruolo dei sistemi neuroendocrini e immunitari nell&#8217;adattamento.&nbsp;<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/9629234/?utm_source=chatgpt.com">PubMed</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Riemann, D., et al. (2010).</strong>&nbsp;The hyperarousal model of insomnia: A review of the concept and its evidence.&nbsp;<em>Sleep Medicine Reviews, 14</em>(1), 19–31.<br><a href="https://doi.org/10.1016/j.smrv.2009.04.002">DOI: 10.1016/j.smrv.2009.04.002</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una revisione di riferimento sul ruolo dell&#8217;iperattivazione cognitiva e fisiologica nell&#8217;insonnia.&nbsp;<a href="https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/19481481/?utm_source=chatgpt.com">PubMed</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Aburto, M. R., &amp; Cryan, J. F. (2024).</strong>&nbsp;Gastrointestinal and brain barriers: Unlocking gates of communication across the microbiota–gut–brain axis.&nbsp;<em>Nature Reviews Gastroenterology &amp; Hepatology, 21</em>, 222–247.<br><a href="https://doi.org/10.1038/s41575-023-00890-0">DOI: 10.1038/s41575-023-00890-0</a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una revisione contemporanea sulle interazioni tra intestino, microbiota e cervello, con particolare attenzione ai meccanismi biologici ancora da chiarire.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Nasce MeC: Mente e Corpo secondo MeP</title>
		<link>https://www.centromep.it/mente-corpo-cervello-psicoterapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 07:40:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Blog MeC]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La mente non è solo nel cervello MeC &#124; Mente e Corpo — Centro MeP di Andrea Bassanini Cosa sta scoprendo la scienza sul dialogo tra corpo, emozioni e sistema nervoso A volte sappiamo che va tutto bene, ma il nostro corpo sembra non saperlo. Il cuore accelera. Lo stomaco si chiude. Il respiro cambia. &#8230;</p>
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<h1 class="wp-block-heading">La mente non è solo nel cervello</h1>



<p class="wp-block-paragraph"><em>MeC | Mente e Corpo — Centro MeP</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>di Andrea Bassanini</em></p>



<figure class="wp-block-image size-medium"><img decoding="async" width="300" height="150" src="https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-MeC-300x150.png" alt="" class="wp-image-1733" srcset="https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-MeC-300x150.png 300w, https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-MeC-1024x512.png 1024w, https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-MeC-768x384.png 768w, https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-MeC-1536x768.png 1536w, https://www.centromep.it/wp-content/uploads/2026/10/Logo-MeC.png 1774w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading">Cosa sta scoprendo la scienza sul dialogo tra corpo, emozioni e sistema nervoso</h3>



<p class="wp-block-paragraph">A volte sappiamo che va tutto bene, ma il nostro corpo sembra non saperlo. Il cuore accelera. Lo stomaco si chiude. Il respiro cambia. Le spalle rimangono tese. Possiamo ripeterci che non c&#8217;è nulla da temere e, razionalmente, esserne perfino convinti. Eppure qualcosa dentro di noi continua a comportarsi come se il pericolo fosse reale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché accade?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una parte della risposta sta cambiando il modo in cui la scienza pensa al rapporto tra mente e corpo. Per molto tempo siamo stati abituati a immaginare la mente come qualcosa che accade essenzialmente nel cervello: pensieri, emozioni, ricordi, decisioni. Il corpo, invece, sarebbe il luogo nel quale queste esperienze producono i loro effetti. Oggi questa distinzione appare sempre meno convincente. Non perché la scienza abbia improvvisamente scoperto che “mente e corpo sono collegati”. Lo sappiamo da molto tempo. La novità è che stiamo iniziando a comprendere con maggiore precisione&nbsp;<strong>quanto profondamente siano intrecciati e attraverso quali processi comunichino continuamente</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il cervello ascolta continuamente il corpo</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre state leggendo queste righe, il vostro cervello sta ricevendo una quantità enorme di informazioni di cui probabilmente non siete consapevoli. Sta monitorando il battito cardiaco, il respiro, la temperatura, la pressione sanguigna, lo stato dei muscoli, la disponibilità di energia e numerosi altri segnali provenienti dall&#8217;interno dell&#8217;organismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa capacità prende il nome di&nbsp;<strong>interocezione</strong>. Se i nostri sensi più conosciuti ci permettono di percepire il mondo esterno, l&#8217;interocezione riguarda, in termini generali, il modo in cui il sistema nervoso rileva, interpreta e integra ciò che accade dentro il corpo. Non significa semplicemente “sentire il battito del cuore”. Gran parte di questa attività avviene al di fuori della consapevolezza e contribuisce alla regolazione dell&#8217;organismo, ma anche alla costruzione delle nostre sensazioni, delle emozioni e, più in generale, della nostra esperienza di noi stessi. Negli ultimi anni l&#8217;interocezione è diventata uno dei territori più interessanti della ricerca sulla salute mentale. Differenze nei processi interocettivi sono state osservate in condizioni molto diverse, dall&#8217;ansia alla depressione, dai disturbi alimentari alle dipendenze. Questo non significa che esista un unico “problema interocettivo” che spieghi la sofferenza psicologica. La realtà è molto più complessa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci dice però qualcosa di importante:&nbsp;<strong>il modo in cui percepiamo e interpretiamo ciò che accade nel nostro corpo partecipa alla costruzione della nostra esperienza psicologica.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Un&#8217;emozione non accade soltanto nella testa</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Pensiamo alla paura. Possiamo descriverla attraverso un pensiero:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Sta per succedere qualcosa.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma nello stesso momento cambia anche l&#8217;organismo. L&#8217;attenzione si restringe. Il tono muscolare può aumentare. Il respiro cambia. Il cuore può accelerare. Diventiamo più sensibili ai segnali che potrebbero indicare un pericolo. È difficile stabilire un confine netto tra dove finisca la mente e dove cominci il corpo. E soprattutto questi processi non procedono necessariamente in una semplice sequenza — prima penso, poi provo un&#8217;emozione, infine il corpo reagisce. Si influenzano reciprocamente. Il cervello interpreta ciò che accade mentre contemporaneamente riceve informazioni dal corpo e prepara l&#8217;organismo ad affrontare quello che potrebbe accadere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo ci permette di comprendere meglio un&#8217;esperienza molto comune in psicoterapia:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>“Lo so con la testa, ma non riesco a sentirlo.”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è necessariamente una contraddizione. Possiamo aver modificato la nostra comprensione di una situazione senza che tutti i sistemi coinvolti nella risposta abbiano ancora modificato il proprio funzionamento.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un cervello che cerca di anticipare il futuro</h2>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è poi una frontiera particolarmente affascinante della ricerca contemporanea. Alcuni modelli neuroscientifici propongono di considerare il cervello non semplicemente come un organo che riceve informazioni e reagisce, ma come un sistema che cerca continuamente di&nbsp;<strong>anticipare ciò che sta per accadere</strong>. In altre parole, il cervello non aspetterebbe passivamente il mondo. Cercherebbe continuamente di prevederlo. Sulla base delle esperienze precedenti, del contesto e dei segnali provenienti dal corpo, costruisce aspettative e prepara l&#8217;organismo. Queste idee sono studiate attraverso modelli come il&nbsp;<em>predictive processing</em>&nbsp;e l&#8217;<em>active inference</em>. Sono prospettive teoriche molto influenti, ma sarebbe prematuro presentarle come la spiegazione definitiva del funzionamento della mente. Ci offrono però un&#8217;intuizione potente. Un organismo efficace non può limitarsi a reagire ai problemi quando si presentano. Deve anticiparli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se stiamo per correre, il sistema cardiovascolare deve prepararsi prima che i muscoli abbiano esaurito l&#8217;ossigeno. Se percepiamo una possibile minaccia, l&#8217;organismo deve mobilitare risorse prima di sapere con certezza se quella minaccia sia reale. Questa regolazione anticipatoria viene descritta anche attraverso il concetto di&nbsp;<strong>allostasi</strong>. E qui la questione diventa psicologicamente interessante. Perché il nostro sistema costruisce il futuro utilizzando anche il passato.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Quando il passato continua a prevedere il presente</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginiamo una persona che abbia imparato, attraverso esperienze ripetute, che esporsi significa rischiare umiliazione. Anni dopo può trovarsi in un ambiente completamente diverso. Può sapere razionalmente che le persone che ha davanti non rappresentano una minaccia. Eppure, quando deve esporsi, qualcosa si attiva. Aumenta la tensione. Cambia il respiro. Compare il desiderio di evitare. L&#8217;attenzione cerca segnali di giudizio. Non è necessario immaginare che il corpo contenga misteriosamente il ricordo dell&#8217;esperienza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo formulare un&#8217;ipotesi più sobria e forse ancora più interessante:&nbsp;<strong>il sistema ha imparato qualcosa e continua a utilizzare quell&#8217;apprendimento per prevedere ciò che accadrà.</strong> È anche per questo che l&#8217;espressione molto diffusa secondo cui&nbsp;<em>“il corpo ricorda”</em>&nbsp;contiene un&#8217;intuizione interessante, ma richiede cautela. Le esperienze possono modificare apprendimento, aspettative, attenzione, comportamento, memoria e risposte fisiologiche. Questo è diverso, però, dall&#8217;affermare che un&#8217;esperienza traumatica sia letteralmente “immagazzinata nel corpo”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La differenza non è soltanto linguistica. È il confine tra una metafora clinicamente suggestiva e un&#8217;affermazione scientifica.</p>



<h2 class="wp-block-heading">E allora, come si cambia?</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Se l&#8217;esperienza umana nasce dall&#8217;interazione continua tra pensieri, emozioni, corpo, comportamento, ambiente e relazioni, anche il cambiamento può avvenire attraverso porte differenti. A volte la porta è il pensiero. Comprendere qualcosa, riconoscere un automatismo, modificare il significato attribuito a un&#8217;esperienza può cambiare profondamente il modo in cui viviamo. Altre volte può essere necessario fare esperienza di qualcosa di diverso. Accorgersi di una sensazione senza evitarla. Modificare il modo di respirare. Imparare a riconoscere i segnali del proprio organismo. Muoversi. Restare in contatto con un&#8217;emozione. Sperimentare una relazione nella quale accade qualcosa di diverso da ciò che ci aspettavamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che diventa interessante il dialogo tra psicoterapia e interventi che utilizzano maggiormente il corpo, l&#8217;attenzione o la fisiologia: mindfulness, biofeedback, pratiche corporee, yoga e altre modalità oggi oggetto di crescente ricerca. Non significa che siano tutte equivalenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E soprattutto&nbsp;<strong>non significa che abbiano tutte lo stesso livello di evidenza scientifica</strong>. Questa distinzione è importante. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una psicologia veramente integrata non dovrebbe mettere insieme tecniche semplicemente perché vengono definite “mente-corpo”. Dovrebbe chiedersi quali processi stiamo cercando di modificare, quali evidenze abbiamo a disposizione e per quale persona un determinato intervento possa avere senso.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Una frontiera promettente, non una nuova certezza</h2>



<p class="wp-block-paragraph">La ricerca sugli interventi che lavorano direttamente sull&#8217;interocezione offre un buon esempio. Una revisione sistematica di 31 studi randomizzati controllati ha trovato che circa due terzi degli studi mostravano un miglioramento di alcuni aspetti dell&#8217;interocezione superiore alle condizioni di controllo. Ma quando gli autori hanno considerato la riduzione dei sintomi psicologici, i risultati sono diventati molto meno conclusivi. È una distinzione preziosa. Possiamo avere una strada promettente senza doverla trasformare immediatamente in una certezza. Forse questo è uno dei modi più fertili di abitare la frontiera della ricerca:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>curiosità senza credulità.</strong></p>



<h2 class="wp-block-heading">Non siamo sistemi nervosi da aggiustare</h2>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;interesse crescente per il sistema nervoso porta con sé anche un rischio. Oggi termini come&nbsp;<em>regolazione</em>,&nbsp;<em>nervo vago</em>,&nbsp;<em>trauma</em>,&nbsp;<em>sistema simpatico</em>&nbsp;o&nbsp;<em>parasimpatico</em>&nbsp;sono entrati nel linguaggio comune. È un cambiamento interessante, ma può produrre un nuovo riduzionismo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per anni abbiamo rischiato di pensare che la sofferenza psicologica accadesse soltanto “nella testa”. Oggi rischiamo di spiegare qualsiasi difficoltà dicendo che qualcuno ha un “sistema nervoso disregolato”. Una persona, però,&nbsp;<strong>non è un sistema nervoso da riportare nella zona verde</strong>. È un organismo, certamente. Ma è anche una storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono le relazioni nelle quali ha imparato a riconoscersi. Le esperienze che hanno formato le sue aspettative. I comportamenti attraverso cui cerca di proteggersi. Ciò che evita e ciò che desidera. La cultura alla quale appartiene. Il modo in cui attribuisce significato a ciò che vive E sono i suoi valori: la direzione verso cui vorrebbe andare. Il corpo è parte di tutto questo. Non la spiegazione di tutto questo.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Tornare alla persona intera</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Forse la vera rivoluzione della ricerca mente-corpo non consiste allora nell&#8217;aggiungere il corpo alla psicologia. Consiste nel superare progressivamente l&#8217;idea che sia possibile separarlo dalla mente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al Centro MeP questa prospettiva orienta il nostro modo di pensare il lavoro clinico. Psicoterapia, mindfulness, Clinical EFT, biofeedback, yoga e interventi sul corpo sono strumenti differenti e con livelli differenti di evidenza scientifica. Non vengono messi insieme perché appartengano genericamente al mondo del “benessere”, ma perché possono offrire — quando appropriato — differenti punti di accesso ai processi che mantengono la sofferenza o favoriscono il cambiamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda, quindi, non è semplicemente: <em>Quale tecnica funziona?</em> È una domanda più complessa e più umana:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>che cosa sta accadendo in questa persona, in questo momento, e quale processo può aiutarla a diventare più libera e flessibile?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">È probabilmente qui che mente e corpo smettono di essere due territori da collegare. E possiamo tornare a occuparci della persona nella sua interezza.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Per approfondire</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Khalsa S.S. et al. (2018),&nbsp;<em>Interoception and Mental Health: A Roadmap</em>, Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging, 3(6), 501–513.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Kleckner I.R. et al. (2017),&nbsp;<em>Evidence for a large-scale brain system supporting allostasis and interoception in humans</em>, Nature Human Behaviour, 1, 0069.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Heim N. et al. (2023),&nbsp;<em>Psychological interventions for interoception in mental health disorders: A systematic review of randomized-controlled trials</em>, Psychiatry and Clinical Neurosciences, 77(10), 530–540.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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